DIVORATA DA UNA REALTA’ DESOLATA, INGOIO SILENZIOSA LE MIE EMOZIONI..
La macchina procede lenta sulla strada statale. Sto tornando a casa.
So quello che mi aspetta perché la potenza dei media mi ha permesso di conoscere senza essere fisicamente presente. Perché i racconti dei miei migliori amici e della mia famiglia, come in un prezioso collage, in questi due mesi, hanno riordinato ed incollato insieme le immagini nella mia mente confusa.
Le prime case iniziano a defilarsi, sotto il sole bollente sembrano spettri pietrificati.
Vetri rotti, calcinacci a terra. Il mio cuore fibrilla. Non so se sono davvero pronta ad affrontare tutto quello che mi aspetterà.
Alla rotonda di Santa Barbara i miei occhi si incollano al palazzo di Roman Bar, sventrato da un lato, ma la macchina accelera, non guido io, e so che chi è al volante, nuovo al paesaggio esattamente come me, avrebbe voglia di accelerare anche a 200 chilometri orari, se solo gli fosse consentito. La distruzione sta allagando anche il suo cuore.
Più salgo verso San Sisto più il quadro si fa vivido nella sua intima tragicità. Pezzi di strada transennati. Le fasce bianche e rosse a delimitare aree dinanzi a costruzioni pericolanti, ed erano tante. Infinto elenco di punti di riferimento cancellati. Inghiottiti da voragini. Giocattoli ammaccati. Scene che erano sempre appartenute ad altre realtà, adesso entrano perentorie nella quiete della vita aquilana. La smontano. La distruggono. La divorano fameliche.
I luoghi dove sono cresciuta, mutilati e desolati. Abbandonati. Lasciati sotto il sole a squagliarsi miseramente. I balconi sono senza un fiore. Niente cani ad abbaiare nei giardini. Nessuno fuori a lucidare la macchina. Nessuno che corre a Piazza D’Armi, ma solo un mare di blu plastificato che farebbe esplodere la calura anche in un congelatore regolato al massimo ed ermeticamente sigillato.
Nessuno che si ferma nei negozietti a fare spesa al volo. Niente. Nessuno. Il vuoto.
All’edicola la strada è chiusa. Si deve girare verso le Biondi. Subito il cuore si raggela nel vedere polverizzata una delle prime casette sulla strada. So di conoscere chi ci abitava, ma al momento non voglio ricordare. Non ci voglio pensare. Mi hanno detto che li sono tutti morti.
Un respiro profondo, un addio solenne, un altro respiro e poi procedo verso l’Istituto delle Inapli. La parte di sopra ha un buco che abbraccia tutta la parete. A terra il risultato dell’esplosione.
Il palazzo di “Delizie Alimentari Di Carlo” è anch’esso crepato. Attraversato da immense X che corrono lungo le pareti. La strada per San Sisto è sbarrata. Il Castello Rivera è pericolante.
Proseguo lungo via San Giuliano. Tra una 50 di metri la traversa di casa mia.
Ecco, adesso sto girando. Vedo. I miei pensieri rotolano lungo il pendio della memoria. Immagini vivide, immagini sbiadite. Volti. Ricordi. Voci. Ci sono 3 palazzine a mattoncini marroni, quelle dove vivevano i miei amici di infanzia. Sono tutte esplose al piano terra. Ingoio. Respiro. Occhi aperti sgranati. Gola secca. Cuore impazzito. Dolorante. Furente. Tra gli alberi in lontananza scorgo il bianco delle pareti di casa mia. Cerco di autoconvincermi che sia tutto a posto, ma so che non è così. Vedo le due tende montate da mio fratello. Mia madre siede su una sediuccia a pulire i faggiolini. Tentativo umile di ridare il senso di quotidiano ad una vita cancellata in 42 secondi. Il mio cagnolone gigante mi viene incontro. Nasconde la testa tra le mie gambe. Sta lì per un po’. Sembra non voglia più andarsene. Lei Gaia, non ha le parole per esprimersi, ma io la conosco bene perché l’ho cresciuta, e so che le sue coccole, questa volta, sono più per dirmi quanto anche lei stia male e stia soffrendo, che per darmi l’ennesimo ben venuto. Lei per una settimana è stata in silenzio. Nascondeva il suo terrore dietro la scorsa dura del suo animo selvaggio, ma non ha mangiato per una settimana intera, e quando mio padre ha deciso di riportarla a casa, perché dopo il terremoto erano andati tutti a stare a casa di mia zia a Balsorano, lei, che aveva capito al volo, ha persino tentato di moderlo.
Inizio a girare intorno, a perlustrare. Più vado avanti più inizio finalmente a prendere definitiva coscienza. Sento di aver perduto il mio passato. I punti di riferimento sono ceduti. Sono partita due anni fa, ma sono sempre tornata. Spesso. Appena potevo. L’Aquila mi salutava e ogni volta mi regalava un po’ del sapore del mio passato, lasciando che esso rivivesse tra amici mai partiti, famiglia ed abitudini mai sopite. Adesso tutto questo non c’è più.
Con tutto l’ottimismo del mondo niente sarà più come prima.
Casa mia, che si erge oltre una salitina, forse proprio perché più in alto, è quella che pare aver subito più danni. Stento a riconoscerla. Faccio fatica ad accettare che il tetto forte e sicuro, costruito da mio nonno e dalla sua impresa di costruzioni, sia ceduto così, come burro al contatto con un coltello rovente.
Ad ogni scossa, anche forte, quando ero piccola, mamma ci diceva di stare tranquilli, che nonno e i suoi amici ingegneri, con i quali aveva costruito la palazzina, ognuno per darla ai propri figli, avevano tirato su la casa seguendo tutti i criteri antisismici e mettendoci la massima cura nella scelta di materiali ed uomini.
Quando eravamo piccoli, dopo un terremoto, noi stavamo tranquilli e se era notte tornavamo a dormire. Altre volte papà diceva di prendere delle coperte ed uscire. Andavamo alla Fontana Luminosa e stavamo lì, in macchina, insieme a tanti altri. Per noi ragazzini sembrava quasi una festa. Con cautela e delicatezza nessuno era mai davvero spaventato.
“Perché anche quella sera non siete usciti almeno dopo la seconda scossa forte?”
“Perché prima tutta l’informazione che c’è stata adesso non c’era, e ognuno si regolava secondo il proprio istinto e buon senso. Adesso ci dicevano a tutti di stare tranquilli”
Nelle parole di mia madre leggevo tristezza e accettazione passiva degli eventi. Debolezza, incapacità di trovare motivazioni per reagire. Eravamo benestanti noi. Non ci potevamo davvero lamentare. Mio nonno costruttore ci aveva lasciato ciò che per lui era il miglior investimento. Case. “Ora sono tutte da rifare ed i soldi non ci sono. Non abbiamo più nulla” continuano a ripetermi i miei genitori senza mezzi termini, e la verità mi sbatte in faccia dura come una mattonata .
Casa nostra, nella quale sono cresciuta, sembra essere uscita da un bombardamento. Ho tremato solo al tentativo di immaginarmi cosa quella notte sia potuta essere, ma non posso immaginarmelo, mi dicono tutti quelli che c’erano, perché io non c’ero.
Già, è vero. Io non c’ero. Potevo esserci, ma il destino ha voluto risparmiarmi.
L’unica cosa che io non potrò mai dimenticare, è la sensazione inspiegabile di pena e angoscia che ho avuto quella stessa notte senza un’apparente motivazione. Non potevo sapere, non potevo neanche immaginare. A casa, in Inghilterra, ero con i miei amici ad ascoltare musica e a ballare.
Non potrò mai scordare tutti gli incubi che avevano bucato i miei sogni nei mesi precedenti. Gli incubi di quella notte, il senso di smarrimento che attorcigliò il mio stomaco, io che mi svegliavo nel mezzo della notte con il cuore in tumulto. I muscoli irrigiditi e pieni di acido lattico come avessi corso per un’ora. La mancanza di fiato. Il corpo in un bagno di sudore. Poi, alle 7 del mattino, che qui in Inghilterra sono le 6, il messaggio di mio padre “FORTE SISMA – DISCRETI DANNI – NOI STIAMO BENE” e l’intero mondo che collassava su di me.
Ho girato per due giorni, ovunque fosse possibile andare. Ho visto la voragine che si è aperta per la stradina che va al Beato Vincenzo, a San Giuliano. Sono stata alla Tendopoli di Villa Sant’Angelo, sono salita al lago Sinizzo e ho guardato le gigantesche crepe sulle sue sponde calme.
Era una giornata afosa, ma questa volta non c’era nessuno allungato sull’erba a prendere il sole. Nessuno nell’acqua a fare il bagno.
Tutto era silenzio, tutto era discreto cinguettio di uccelli e scomposto gracidare di raganelle. La natura sembra essersi ripresa con forza ciò che gli apparteneva.
Ovunque andassi i volti delle persone sapevano di rassegnazione finale ad una sorte amara. Le voci senza colore, gli occhi senza luce, le espressioni del volto senza calore.
Quello che ho avvertito è un senso di totale abbandono agli eventi. Nessun controllo sulla realtà. Fatalismo. Mancanza totale di fiducia verso le autorità.
Consapevolezza inconscia di essere slittati in un parallelo diverso. Sbagliato. Incapacità di dare una spiegazione agli eventi, di metabolizzare l’esperienza. Di capire dove sia la lezione e cosa dover apprendere da tutto ciò. Perché niente accade senza un motivo, ma nell’immediato c’è solo dolore e sconforto e ci si sente tutti deboli e disorientati.
In certi casi le convivenze forzate stanno sgretolando i rapporti. Sotto stress ognuno caccia il lato peggiore e nessuno ha la forza di comprendere, di giustificare, di chiarire. In un’altra situazione ci sarebbe stata maggiore disponibilità, ma adesso tra la popolazione, non esiste un più forte o un più fortunato. L’intera collettività, dal medico all’avvocato, dal negoziante all’impiegato, dal poliziotto al civile, dall’aquilano all’extracomunitario, condivide la stessa sorte. La stessa tenda, la medesima stella, e nessuno ha un vicino a cui rivolgersi o su cui appoggiarsi senza essere un peso. Ognuno sembra essere peso anche per se stesso. La frustrazione e la tristezza aumentano. Menti confuse, Cuori allagati. Anime erranti in un purgatorio desertificato. Dov’è L’Aquila?
L’Aquila, discreta e silenziosa, non è mai stata al centro delle cronache. Chiusa tra i profili austeri delle sue montagne, dormiva dignitosa nell’altipiano e non dava fastidio a nessuno.
Adesso si ha il senso che questo nessuno non abbia alcun interesse a curare le ferite di una città morta..
Al di là di schieramenti politici ed ideologie, per me al potere sono tutti uguali. Gli esseri umani, per loro limitazione materiale, agiscono solo per assicurarsi gli interessi personali più immediati, e quando le luci si spengono e si va a dormire sotto un tetto sicuro, lontano da drammi e responsabilità, chi governa fa sogni d’oro e dimentica il resto. Infondo domani è un altro giorno.
E la solidarietà? La solidarietà esiste, ma a volte io mi domando se non sia davvero solo fine a se stessa. Da tutto il mondo piovono soldi per ricostruire L’Aquila, ma dove sono poi tutti questi soldi? Sarà vero o è un’altra demagogica costruzione dei media?
Il trasferimento del G8 a L’Aquila, che prima nessuno avrebbe mai minimamente pensato di organizzare qui, è stato davvero concepito per non far spegnere l’interesse sull’Aquila o è solo un altro modo per Berlusconi di farsi pubblicità?
Il fatto è che L’Aquila non ha bisogno di strade e strutture per organizzare questa chermesse di potenti senza scrupoli che fingono di condividere il dolore di una collettività spezzata. Per essere davvero un evento spontaneo e puro, questi tipi dovrebbero arrivare e non aspettarsi niente altro che desolazione, perché è cosi che L’Aquila è al momento.
In questi giorni, per quanto so sia orribile augurare ad altri l’esperienza aquilana, un pensiero macabro ma profondamente ottimista sta accarezzando la mia mente…che si stiano invece ponendo le basi per la rinascita di un nuovo corpo politico mondiale più consapevole ed onesto? Sì, che i capi delle 8 nazioni più potenti del mondo vengano risucchiati, proprio a L’Aquila, dalla terra arrabbiata, mentre sono riuniti a discutere di aria fritta presso le strutture della Guardia di Finanza.
Sorrido. Dal sacrificio di una comunità, il bene dell’intero globo.
Adesso sono di nuovo nella mia casetta inglese, noiosa e buia, ma nonostante L’Aquila non sia più quella di prima, nonostante nessuno dei miei amici sia più là, nonostante il centro, zona rossa, sia ancora presidiata come Beirut da truppe di soldati imperturbabili, e anche se una casa adesso non ce l’ho più, ho la voglia matta di tornare. Di stare lì. Di non partire più. Sono fiera di essere aquilana e vorrei esserci quando gli aquilani decideranno finalmente di reagire e di opporsi al potere corrotto come comunità unita e protesa a ricostruire la cosa più importante del mondo. La vita.
Voglio essere positiva. So che succederà!
Rondinella senza nido!